Clima Estremo – Solo Show at Wunderkammern Gallery | Roma (IT)

Proud music of the storm!

Blast that careers so free, whistling across the prairies!

Strong hum of forest tree-tops! Wind of the mountains!

Personified dim shapes! you hidden orchestras!

[…] Why have you seiz’d me?

Walt Whitman, «Proud Music of the Storm»

Leaves of Grass, 1871-72

 

Tra le tante ossessioni che hanno scandito la storia della pittura, una in particolare sembra averne abitato le innumerevoli stanze in modo pressoché ininterrotto: la rappresentabilità del moto. E di ossessione certamente si tratta se, dai cavalli paleolitici che galoppano lungo le pareti delle grotte di Lascaux (lì dove Georges Bataille situava la nascita dell’arte) fino alle ultime sperimentazioni illusionistiche dell’op-kinetic art, l’uomo ha dovuto puntualmente mettersi alla prova per risolvere una sfida che ha del paradossale: raffigurare il movimento, descriverlo, suggerirne l’idea o provocarne l’impressione, avendo per supporto niente più che una superficie bidimensionale e immobile. Disegno e pittura hanno lungamente assolto questa missione secondo strategie mimetiche ben definite, per esempio allineando cronologicamente in un unico spazio le differenti tappe di uno stesso avvenimento, come per la battaglia di Hastings narrata nell’arazzo di Bayeux (1070); o ancora cristallizzando in un’unica presa un’azione in corso, esaltando la plasticità di un corpo ‒ si pensi all’istante, immortalato da Caravaggio, della conversione di San Paolo (1601).

Con le avanguardie novecentesche questa esigenza ha trovato nuova linfa affrancandosi dalle catene del realismo, al punto da produrre sperimentazioni pittoriche come quelle dei futuristi, dove la luce e il movimento dei corpi sono affidate alla sintesi dinamica di linee e colori. Ma la grande stagione dell’astrattismo, che nel Novecento pare aprirsi quasi repentinamente, è in realtà il frutto di una riflessione più antica, e della quale facilmente si trovano i “germi” in alcuni episodi meno recenti. Senza spingermi troppo indietro nel tempo, me ne viene in mente uno in particolare, con cui Clima estremo di Tellas sembra involontariamente dialogare, a distanza di quasi due secoli: Snow Storm – Steam-Boat off a Harbour’s Mouth, che Joseph Mallord William Turner realizzò nel 1842. Al centro del dipinto sta, a malapena riconoscibile, un battello a vapore, colto da una bufera di neve e come soffocato dall’estrema violenza del mare e delle intemperie. Il genio anticipatore di Turner sta nel restituire alla tela quella stessa furia atmosferica facendo economia di ambizioni realistiche, e di contro investendo in quella che, qualche decennio più in là, Monet avrebbe chiamato impression : il segno grafico e pittorico non è più veicolo di informazioni, ma di sensazioni. Così, la pittura naturalista di Tellas si inserisce nel solco lasciato dai precursori dell’astrattismo, e nella tensione emotiva che si crea tra una figura determinabile e la sua stessa rarefazione, liquefazione, polverizzazione.

Proprio per questo, nonostante il titolo paia suggerirci il contrario, non si può dire che Clima estremo sia una mostra che parli di natura. Per lo meno, non senza aver prima spogliato quel parlare-di della consueta leggerezza con cui si è soliti attribuire alle opere d’arte e alle mostre la capacità di raccontare cose e fenomeni in maniera ordinaria, puntuale e rigorosa. Così come il linguaggio dell’arte è diverso da quello scientifico-divulgativo, e ancor più da quello dell’interazione quotidiana tra persone (benché, occorre ricordarlo, l’arte si riservi sempre il diritto di imitarne i modi e i registri), così non possiamo concludere troppo agilmente che questa mostra parli di temi ecologisti e ambientali. Il parlare-di del disegno e della pittura, anche quello più descrittivo e accurato, è sempre una forza astraente, votata a spogliare gli oggetti della loro veste sensibile e di restituirli alla realtà sotto forme nuove, mediate dalla mente e dalla mano dell’artista, dall’universo delle sue esperienze e percezioni. Detto altrimenti, e usando una felice intuizione che Gilles Deleuze espone nel suo Abécédaire, il compito dell’arte non sarebbe quello di creare concetti ma percetti, e cioè «…un insieme di percezioni o di sensazioni che sopravvive a colui [l’artista, ndr] che le prova».

Clima estremo non sconfina mai in facili rivendicazioni di attivismo ambientalista, ma è un percorso artistico che risponde precisamente alla necessità di restituire il percetto, o la sensazione sopravvivente, di una natura violenta e spaventosa, talvolta disfunzionale, di cui l’uomo può essere a un tempo vittima o carnefice, ma anche contenitore. Il dittico Alone in the desert sembra interrogare proprio la posizione ambigua dell’uomo rispetto alla natura. Nel primo quadro, il quieto orizzonte che scandisce l’incontro tra la distesa sabbiosa e quella celeste, viene bruscamente scosso dal deflagrare di qualcosa: una tempesta di sabbia cui un solitario esploratore è costretto a far fronte? O forse una tempesta interiore, lo struggersi silenzioso di una solitudine? Estreme le forze della natura, estreme le emozioni che scuotono l’essere umano.

Nella gestualità dei disegni e delle tele di Tellas, in quei gribouillis controllati che paiono strizzare l’occhio a certe creazioni di Cy Twombly, l’astrazione prende il sopravvento sulla figura (talvolta resa esplicita, talvolta appena accennata) senza tuttavia mai negare quest’ultima, e anzi legandosi ad essa in un gioco dove la violenza degli agenti atmosferici si traduce in tratti convulsi, in pennellate febbrili, e dove degli oggetti della natura non sembra sopravvivere che un inventario di elementi ormai fuori contesto: foglie, sassi, polvere, rami, detriti. Più che a una mostra, occorre pensare al percorso composto da Tellas come a una sinfonia contemporanea e abbandonarsi al potere sinestetico delle immagini: sentire la tempesta e la sua superba musica, tanto cara a Walt Whitman, fatta di raffiche e fruscii, di sibili e ruggiti.

Vittorio Parisi


 

 

 

 

 

 

2016

 

 

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